Girolamo La Sfrocchia

Autore grandissimo e migliore di tutti

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Non succede una sega

Lo stato di salute degli orti qui intorno

Tsutomu-san è lo zio di Juri, anche se capita che Juri abbia dei dubbi al riguardo e mi chieda se invece (vista la parvenza d'età) non sia lo zio di suo babbo. Che c'entra, è anche vero che lei ogni tanto si confonde quando si parla di famiglia: non riconosce i parenti per la strada1, mi chiede come si chiama la vecchia che abita qui di fronte2, se lei (Juri) la conosca, quindi se questa (la vecchia) abbia dei figli. Quando le dico che non lo so, e che lo dovrebbe sapere lei, invece, che è indigena e del posto, ecco che subito fa finta di non sentirmi, si impunta, e vuol sapere ad ogni modo se questi (gli ipotetici figli) siano magri o grassi, e se vivano ancora con i loro genitori.

In ogni caso Tsutomu, nome che (lo dico per venire incontro agli ignoranti) significa tra le altre cose lavorare, ha novanta e passa anni e almeno quattro orti di ragguardevoli dimensioni che coltiva da solo, perlopiù a mano e solo laddove strettamente necessario con l'aiuto dei macchinari3. Quando mi vede non mi saluta, probabilmente perché sono uno straniero e sillogisticamente le alternative sono due, o non capisco la lingua o non capisco un cazzo, ma ogni tanto ci bussa alla finestra con un sacchetto di melanzane, dell'uva, a volte anche un'anguria, e bardato di quella salopette di jeans che ci ha sempre addosso prende, gira il culo e a petto gnudo se ne va. Qualche mese fa lo hanno ricoverato per un problema al cuore4 e dopo tre giorni era già fuori, da capo. a distribuire qualche repellente a spruzzo sulle piante di noccioline: io intanto spiegavo a Juri che se mi ricoverano anche solo per un'unghia incarnita una volta superati i settanta può tranquillamente farsi il segno della croce e preparare gli inviti per il funerale5.

Ad ogni modo, gli orti di Tsutomu e della famiglia di mia moglie sono tutti molto in forma, anche se in questi giorni sono a riposo per via del tempo e dell'estate appena finita e di conseguenza non ho piante o frutti da descrivervi. Il mio raccolto di quest'anno è stato invece roba di poco conto: tantissimi peperoncini, delle bietole, un po' di pomodori ma soprattutto dei sedani che ho lasciato lì troppo a lungo e sono diventati durissimi.

Pere anche quest'anno

Siccome a Miyazaki le piogge sono torrenziali e comunque pare di vivere in una sauna sei mesi l'anno, la frutta è quella che è6, e io e mia moglie continuiamo a ordinarla su internet, per posta. A candenza regolare, l'omino del kuuru takkyubin7 ci porta a casa casse intere di pesche di Okayama, mele di Aomori, shiranui di Kumamoto, e soprattutto grosse, sugose, pere giapponesi di Tottori.

So che molti dei tre lettori di queste pagine sono stati sulle spine circa la qualità del raccolto di quest'anno: prendo dunque l'occasione al balzo per rassicurarli in merito e confermare le mie lodi delle sempreverdi8 shinkansen e nijusseki.

Lavori inutili

Una delle ragioni per cui negli ultimi mesi non ho scritto nulla, oltre al fatto di non avere nulla da dire se non che, come da titolo, non succede una sega, è che ho avuto molto da fare nel mondo del web-development, un mestiere che consiglio agli amanti dell'inutile e a chi, come me, vive il fine settimana in maniera trasgressiva, seduto in uno stanzino nascosto chissà dove, rigorosamente al buio, a leggere manuali di framework studiati dalle più grandi teste dell'ingegneria contemporanea al fine di continuare a fare sempre meglio e più velocemente tutta una quantità di cose che non servono, sia ben chiaro, assolutamente a un cazzo. Considerazioni di natura qualitativa a parte, questo lavoro mi ha permesso di venire a contatto con una gran quantità di mongoloidi teste di cazzo e focomelici, e spero un giorno di potermi infischiare dei non disclosure agreements che credo di aver firmato e che comunque non ho voglia di rileggere per raccontare finalmente in dettaglio le esistenze di questi bugiardi patologici, megalomani, incompetenti e (soprattutto) grassi9 che popolano il firmamento della tecnologia internazionale.

Essere Elon Musk

La Repubblica è finalmente arrivata alla ventesima puntata di Essere Elon Musk, rubrica di aggiornamento circa vita e opere del noto magnate, famoso alle orecchie del popolo per le sue fantastiche invenzioni, come ad esempio i lanciafiammi portatili e la mascella più larga della fronte.

Tralasciando il personaggio in sé e per sé10, fatico a trovare parole diverse dai soliti porcamadonna e dioladro di fronte alla bruttezza di queste campagne pubblicitarie di portata intercontinentale mascherate da giornalismo scientifico, e mi auguro che tutta l'equipe11 che si nasconde dietro a questo piccolo capolavoro della miseria umana viva a lungo e piena di emorroidi. Se avessi ancora vent'anni e la passione per le cause perse che li accompagna scriverei senz'altro un paio di righe circa la commercializzazione di tutto e il declino dei costumi, ma insomma ci siamo capiti.

Farsi i filmini

Ho fatto l'errore di menzionare il problema della commercializzazione di ogni cazzo di cosa, il che significa che non mi riuscirà pensare ad altro per almeno un par d'ore. I film, ad esempio: oggi i film fanno tutti12 cacare sangue, e altro non sono che pubblicità lunghine di questo penoso stile di vita fatto di ovvietà, consumi over 9000 e ascelle depilate. Serve fare un salto indietro di almeno 20 anni per trovare tracce di umanità in una qualsivoglia pellicola: si prenda ad esempio Brat, film che consiglio a tutti gli aventi criterio e che merita senz'altro un posto nell'abecedario dei più grandissimi di sempre, capace di resettare il livello del discorso ai fondamentali del cinema verista, vale a dire il fucile a canne mozze con le cartucce piene di chiodi e le canzoni folk-rock della Russia postcomunista.

Per concludere

Io anche oggi ho cercato di spremere lo spremibile e consegnare del materiale eccellente ai miei due13 appassionati lettori, e ciò in barba alla mancanza di cose, persone, avvenimenti che punteggia la vacuità delle mie giornate. Non è detto che le circostanze debbano rimanere quelle che sono: con l'arrivo14 dei vaccini pare che torneremo a vivere, entro certi limiti, una vita normale. Non ci resta che a questo punto che sperare quello che sperava il tizio della barzelletta su Hitler in Argentina: che questi eventi possano ripetersi, ma questa volta, per l'amor d'Iddio, cattivi.


1: Ma quello chi era? Lo conosci tu? Mio cugino? Ma io ne ho di cugini? Eccetera.
2: Sua zia.
3: A patto però che siano vecchi, pesanti e pericolosi. A proposito di macchinari: ogni volta che sento mio babbo al telefono mi racconta di come le seghe giapponesi siano proprio seghe di pregiatissima fattura, e a me un po' viene da ridere ma mi trattengo, perché poi sennò mi direbbe ah, che, ora non si può nemmeno dire seghe? eh? e cosí via.
4: I dettagli non li so, e comunque a me non dice mai nulla nessuno.
5: Questa disposizione all'infermità credo dipenda a stretto giro dalla mia sfrenata voglia di vivere e dall'entusiasmo che provo ogni mattino di fronte alla prospettiva di una nuova giornata.
6: Comunque sempre meglio di quella che avete a casa vostra.
7: La posta refrigerata.
8: Ma le shinkansen sono marroni. E ora?
9: Ho mai parlato dei grassi, in genere?
10: Che comunque, per più curiosi, vive insieme ai vari Steve Jobs, Jeff Bezos e compagnia bella nel mio personale inferno dei morti infiammati a testa in giù.
11: Della quale fa senz'altro parte anche la famosa gallina del Duce.
12: Un invito ad andare a bere la varechina di carattere preventivo a tutti quelli che ma guarda che invece (nome di regista norvegese a caso) ultimamente ....
13: Uno si è addormentato quando si parlava di cinema russo.
14: Senza fretta anche in Giappone.